De Felice: le Pmi italiane devono capire che la gestione del rischio crea valore e non costi per l’azienda

Alessandro De Felice

Quella del risk manager oggi è una figura sempre più importante all’interno di un contesto aziendale che deve muoversi in uno scenario sociopolitico economico di grande difficoltà sia a livello nazionale, sia a livello internazionale. Il concetto di risk management, infatti, ha subito nel corso degli ultimi anni un capovolgimento straordinario della sua percezione da parte delle organizzazioni che ha influenzato in larga parte anche il moderno approccio del mondo del business alla cultura d’impresa globale. Inizialmente il rischio, inteso in ogni sua forma (dall’operativo, come errore umano o di processo, allo strategico, come quello di liquidità o reputazionale, fino a quello dato da fattori esogeni, come i rischi ambientali) era interpretato esclusivamente in maniera negativa, come qualcosa da evitare o mitigare. Ora, invece, è chiaro a tutti che questo aspetto inevitabile del fare impresa porti con sé anche delle opportunità. Vantaggi di grande importanza competitiva, soprattutto nel momento in cui si cerca di anticipare la curva dell’innovazione, che possono fare la differenza tra il successo e la stagnazione del business di un’organizzazione.

 

Un vero e proprio cambio di visione generazionale, dunque, di cui abbiamo voluto parlare con Alessandro De Felice, chief risk officer di Prysmian e presidente di Anra (Associazione Nazionale dei Risk Manager e Responsabili Assicurazioni Aziendali), che, il prossimo 28 marzo a Milano, interverrà al Global Risk Forum 2019, l’evento organizzato da Business International (divisione di Fiera Milano MediaGruppo Fiera Milano) per fare il punto sui principali trend di settore e le sfide che attendono i professionisti del futuro.

 

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Alessandro De Felice, presidente Anra e chief risk officer di Prysmian

De Felice, come è cambiato il ruolo del risk manager nell’arco degli anni e qual è il suo posizionamento in azienda oggi?
«Storicamente, le prime figure organizzative preposte alla gestione del rischio, identificate negli Insurance Risk Manager, nacquero dall’esigenza delle imprese di coordinare le attività assicurative affidate a soggetti esterni, quali broker e agenti, dediti all’acquisto di polizze di copertura dei rischi assicurabili (rischi puri) sul mercato. Questa mansione, dapprima esclusivamente legata all’attività assicurativa, ha poi subito rilevanti trasformazioni negli anni, sia nella natura dei compiti a essa affidati, sia nell’ampiezza delle tipologie di rischio trattate, sia nel grado di integrazione e coinvolgimento nei processi decisionali aziendali, tendendo a evolvere – in tempi più recenti – in figure manageriali a supporto del business, spesso a diretto riporto dell’amministratore delegato e del consiglio di amministrazione, come il chief risk officer. Oggi dunque il risk manager è una delle tre colonne portanti di un sistema di governance, risk e compliance che consiste in un approccio integrato e olistico a livello aziendale, volto ad assicurare che l’organizzazione operi eticamente e in accordo con la sua propensione al rischio, alle politiche interne e alle norme esterne, attraverso l’allineamento di strategia, processi, tecnologia e risorse umane di cui dispone, in modo tale da aumentare efficienza ed efficacia. Tutto questo nell’interesse di una piena trasparenza nei confronti di tutti gli stakeholder».

 

Qual è, quindi, la principale attività di un chief risk officer?
«Sottoporre agli organi di controllo e al top management uno strumento di decisione strategica che tenga conto dei rischi incombenti sul perseguimento degli obiettivi aziendali. Fare enterprise risk management significa anzitutto, infatti, rispondere a una domanda molto semplice: la mia azienda sta assumendo troppi rischi o troppo pochi? In questo senso, il Cro è una figura che deve essere in grado di misurare il livello di tolleranza al rischio e di proporne però anche tassi di accettabilità, attraverso una profonda conoscenza del business model, del modello organizzativo e degli scenari incombenti. Chi gestisce il rischio, inoltre, deve essere in grado di stabilire un linguaggio comune e condiviso, di individuare tutti quegli strumenti di mitigazione atti a ridurre la volatilità dei risultati attesi e a incrementare la sostenibilità nel medio e lungo periodo».

 

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Il rischio è un’opportunità per l’impresa

Quali sono i passi giusti da compiere per un’azienda che voglia approcciare il risk management?
«Eliminare completamente il rischio non è né possibile, né tanto meno auspicabile: rischi e opportunità sono un binomio inscindibile e, se le imprese vogliono cogliere le occasioni di crescita che ne possono derivare, devono essere in grado di assumersi e governare i rischi a esse associati, oltre a comprendere se siano adeguatamente remunerati. Questa consapevolezza è il primo passo verso l’adozione di approcci avanzati, proattivi e integrati, alla gestione dei rischi e, in definitiva, di un sistema delle imprese più competitivo».

 

Qual è lo stato dell’arte delle aziende italiane sotto questo profilo?
«Non sono totalmente d’accordo con chi sostiene che ci sia un’arretratezza della cultura di risk management nelle aziende italiane: è necessario fare una distinzione fra le aziende quotate di media e grande dimensione rispetto alle aziende di medie e piccole dimensioni che tipicamente nel nostro Paese hanno un’ambientazione familiare. Le prime sono in linea con le più avanzate realtà europee, come anche risulta da una recente survey di FERMA (la Federazione Europea delle Associazioni di Risk Management), mentre c’è sicuramente ancora molto da fare nel comparto delle Pmi, dove è necessario che la cultura del rischio, intesa come combinazione di percezione ed atteggiamento, venga vista come uno strumento di creazione del valore e non come costo».

 

Quali saranno i prossimi trend tecnologici, e non solo, che attendono i risk manager 4.0?
«L’innovazione sta modificando profondamente la geografia dei rischi e le tecniche di analisi e mitigazione tipicamente basate sugli studi predittivi e le modellizzazioni. Il nuovo scenario impone di prestare maggiore attenzione alle teorie dei sistemi complessi e, sotto questo profilo, il risk management non fa eccezione; così come avviene per il mondo assicurativo, che si trova coinvolto sia nella modalità di gestione del business che nell’offerta di capacità di sottoscrizione dei rischi. Ci si attende, quindi, che gli strumenti gestionali a supporto dell’attività di risk management diventino, nell’era 4.0 dell’innovazione tecnologica, sempre più integrati con i sistemi di reporting e controllo, rendendo una serie di attività di analisi e monitoraggio più semplici, accurate e immediate. Una nuova frontiera è rappresentata dall’utilizzo dei big data per le analisi probabilistiche e le modellizzazioni dei rischi. In tal senso, il comparto dei software provider si sta orientando verso sviluppatori con competenze di matematica attuariale – lo stesso Ordine degli Attuari ha più volte richiamato l’attenzione sul fatto che tali professionisti dispongano della competenza necessaria».

 

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La comunicazione è una delle soft skill principali di un buon risk manager

Quali sono invece le skill di un risk manager moderno?
«La sfida del risk manager 4.0 è quella di riuscire ad avere un approccio sempre più olistico e aperto, capacità di osservazione ma anche di approfondimento, mantenendo costante il proprio aggiornamento e aprendosi al dialogo con tutte le figure che rientrano nel raggio d’azione dell’impresa. Ovviamente, il lavoro del risk manager cambia sensibilmente a seconda dell’organizzazione in cui è inserito, per questo forse il primo aspetto su cui deve concentrarsi è l’analisi, lo studio, l’osservazione del contesto in cui opera. La curiosità è fondamentale, ma d’altra parte credo sia una delle caratteristiche più importanti per qualsiasi professionista. Fermo restando che le competenze tecniche e specialistiche sono imprescindibili, infine, altrettanto fondamentali sono poi le cosiddette soft skill, la capacità di comunicare con tutti gli stakeholder, condividere con il proprio team e far comprendere l’importanza della propria attività, sapendo calibrare la comunicazione a seconda dell’interlocutore».

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