Quintarelli: in Europa l’intelligenza artificiale, prima, deve meritarsi la fiducia di tutti

Quintarelli

In un mondo sempre più condizionato dall’avvento dell’intelligenza artificiale, iniziano ad arrivare le prime risposte fondamentali sul tema a livello istituzionale anche in Europa. Così, come in un salto nel passato, il Vecchio continente si è cimentato nell’arduo compito di dare a questo nuovo ambiente informatico delle linee guida che ne potessero definire i canoni etici. Da qui è nato qualche giorno fa il primo documento ufficiale della Commissione europea dedicato a questo argomento e intitolato “Ethics guidelines for trustworthy AI”. Un insieme di principi e regole pensato con l’obiettivo di porre le basi per una serie di policy comunitarie, che dovrebbero vedere la luce l’anno prossimo e che saranno essenziali per disegnare le strategie di sviluppo dell’Unione Europea nel campo dell’intelligenza artificiale nei prossimi anni.

 

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Stefano Quintarelli, presidente del comitato di indirizzo per l’Agenda per l’Italia Digitale

Una tematica cruciale, questa, anche per il futuro del nostro Paese che, in vista della prossima edizione di Aixa (Artificial Intelligence Expo of Application), prevista in autunno a Milano e organizzata da Business International (divisione di Fiera Milano MediaGruppo Fiera Milano), abbiamo voluto approfondire con Stefano Quintarelli, presidente del Comitato di indirizzo dell’Agenda per l’Italia Digitale, che è stato uno dei quattro esperti italiani coinvolti negli ultimi nove mesi all’interno del gruppo di 52 professionisti e accademici a livello internazionale nominati dalla Ue per l’elaborazione di questo codice etico.

 

Quintarelli, perché si è riscontrata l’esigenza di un lavoro redazionale e scientifico come questo per l’intelligenza artificiale e quale sarà il suo ruolo nel contesto internazionale?
«L’obiettivo è stato quello di ottenere un insieme di linee guida da proporre alla Commissione che entrerà in carica dopo le prossime elezioni europee. Una sorta di preparazione naturale al futuro che rappresenta uno spartiacque imprescindibile per adoperarsi nella maniera migliore agli sviluppi previsti per il prossimo periodo. Occuparsi di intelligenza artificiale, anche se forse questo termine non identifica correttamente questa area applicativa nel mondo dell’informatica, è un’operazione doverosa per l’Europa. Con il machine learning, grazie al miglioramento della qualità del software, all’aumento delle conoscenze tecnologiche e delle performance dei computer, infatti, stiamo entrando in un ambiente che cessa di essere algoritmicamente deterministico per entrare in una fase probabilistica. Quindi, il computer accede di fatto a una zona grigia che prima era di competenza esclusiva dell’uomo e questo rischia di creare dei problemi. Per questo motivo, bisogna capire come gestire questo processo al meglio. L’importante ora è riuscire a tracciare delle regole di gestione necessarie per preparare il terreno al futuro, al fine di favorire lo sviluppo dell’Unione Europea. Per arrivare a produrre questi punti cardinali, o proposte di intervento, è stato necessario confrontarsi e stabilire i capisaldi di un approccio da seguire perchè in grado di rendere l’AI degna della fiducia di tutti».

 

In effetti la fiducia è una questione fondamentale nella gestione di un ambiente come quello dell’IA a cui, forse, ancora oggi molte persone non riescono a dare una definizione corretta. Non crede?
«Certo. A tal punto che la prima domanda che abbiamo voluto farci nel nostro lavoro di stesura delle linee guida è stata: cosa intendiamo noi per intelligenza artificiale? Alla base c’è il fatto che l’umanità è stata abituata a usare il software in termini deterministici e ora invece vede davanti a sé l’opportunità di passare a un ambiente probabilistico capace di instillare nel software modelli statistici in grado di recepire informazioni dagli ambienti circostanti per proporre poi previsioni sul futuro e quindi prendere decisioni in merito. Per spiegarmi meglio: se dovessi riconoscere il volto di una persona tramite software, dovrei usare parametri statici e ben precisi per poterlo fare, ma, se uno di questi parametri cambiasse, il sistema non assolverebbe più alla sua mansione. Se, invece, permettessi al programma di imparare a fare la stessa operazione partendo dall’analisi ripetuta e continuativa di una serie di immagini proposte, sfruttando quindi l’elaborazione statistica nella fase di apprendimento del sistema, il software riuscirebbe sempre a funzionare con margini di errore minimi e grandi opportunità di evoluzione. Partendo da questo concetto, possiamo notare come si aprano nuovi spazi di applicazione da esplorare, ma, a differenza dei precedenti, grazie all’utilizzo di un metodo statistico, le valutazioni da fare non saranno sempre le stesse e quindi avranno bisogno di un codice etico per essere direzionate. Detto questo, oggi possiamo quindi definire l’intelligenza artificiale come un agente che, prendendo dati dall’ambiente circostante, sa creare un modello probabilistico attraverso il quale potrà poi offrire previsioni sui possibili scenari e prendere decisioni».

 

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L’intelligenza artificiale deve meritarsi la fiducia di tutti in Europa

Al momento nel mondo dell’intelligenza artificiale però si sono distinti due grandi player: America e Cina. Perché l’Europa ha deciso di entrare in campo, come terzo giocatore di questa partita, partendo da un punto di vista filosofico?

«Pima di tutto vorrei smentire una fake news. Il mito per cui nel mondo dell’AI finora ci siano stati solo questi due player internazionali è sostanzialmente falso o comunque non corretto. In realtà, bisogna analizzare bene il contesto in cui ci si sta muovendo, in quanto, Cina e Stati Uniti propagandano sempre la loro attività comparandola con quella di singoli stati europei, ma questa è una comparazione fuorviante e senza senso. Quando parliamo con questi due enormi realtà sia sotto il profilo economico, sia sotto quello territoriale e geografico, dobbiamo infatti renderci conto che esse corrispondono più a due veri e propri continenti che non a due stati. Quindi, è ovvio che se rapportiamo gli Usa all’Italia o la Cina alla Francia, loro sembreranno due macchine da Formula 1, ma bisogna anche capire che è naturale che sia così, visto il contesto. Detto questo, quando parliamo di America e Cina dobbiamo relazionarli all’Europa e in questo senso, possiamo notare come il Vecchio continente sia la più grande area geografica al mondo per ricerche e numero di brevetti sull’intelligenza artificiale. Inoltre, si consideri anche che, da una parte, la Cina sta investendo in questo campo al fine di imporre un controllo sociale totalitario sul suo territorio, mentre, dall’altra, gli Stati Uniti hanno il vantaggio di un’economia realmente unica che li sostiene e che loro sanno sfruttare al massimo. Un elemento, questo, di cui ancora oggi l’Europa, per natura, non dispone. C’è poi, secondo me, un altro player da tenere presente: la Russia. Anche perché, tempo fa, Putin aveva dichiarato che chi avesse fatto importanti progressi nel campo dell’IA avrebbe governato il mondo e credo si riferisse all’utilizzo militare di questo strumento e non all’uso civile. Per l’Europa, quindi, la sfida è mantenere la leadership sulla ricerca e riuscire a sfruttare al massimo questi studi scientifici. In ogni caso, questo nuovo approccio culturale ha già riscosso il grande risultato di essersi attestato come un esempio metodologico di lavoro che altre regioni a livello globale stanno provando a seguire, comprendendo prima di tutto l’importanza di promuovere un’etica nello sviluppo di questi nuovi sistemi per permettere loro di portare un reale beneficio a tutti noi».

 

Quali saranno quindi i prossimi passi da compiere?
«Le linee guida si concludono con una fase pilota per incorporare queste regole in azienda. Così abbiamo proposto 131 punti di verifica a chi ha firmato un accordo di consenso al metodo di gestione del progetto stesso. L’obiettivo è confermare quindi che, seguendo queste regole, l’adozione dell’intelligenza artificiale sia realmente degna di fiducia da parte di tutti e questo credo sia il passaggio fondamentale e più importante di tutto il nostro lavoro. Per raggiungere questo obiettivo, infatti, la Commissione Europea ha dato totale liberta di lavoro al nostro gruppo di esperti fin dall’inizio, garantendoci totale autonomia e anonimato, in modo che nessun fattore esterno potesse interferire. Una volta riuniti, partendo dalla richiesta iniziale di una “Trusted AI”, ovvero un’intelligenza artificiale affidabile, abbiamo subito voluto modificare il senso del nostro lavoro, puntando invece a una “Trustworthy AI”, cioè un’intelligenza artificiale che fosse meritoria di fiducia, il che è ben diverso. Dopo questo snodo essenziale, abbiamo designato 4 principi, 7 requisiti e appunto queste 131 domande per verificarli. Naturalmente, questo check deve essere effettuato sul campo. Per questo motivo, i quesiti nei prossimi mesi verranno validati e riceveranno risposte da soggetti, aziende ed esperti che dovranno confermare che tutto sia corretto e incontri i differenti requisiti proposti. Per il futuro, poi, stiamo ora lavorando a un documento di raccomandazioni che riguardano ricerca, società, industria, formazione, economia, eccetera. Tutto questo materiale giungerà alla prossima Commissione che poi dovrà decidere se e come portarlo avanti».

 

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In Europa ci vogliono più competenze tecniche e più rete tra gli istituti scolastici

Quali saranno, secondo lei, le skill più importanti da ricercare in futuro per continuare a implementare questo progetto e aumentare la competitività europea nel settore?
«Sicuramente oggi, in Europa, si fa molta ricerca accademica che però poi fa fatica ad atterrare direttamente nel mondo del business reale. Nel territorio continentale si nota, quindi, una carenza di skill tecniche all’interno proprio delle aziende. Sarà per tanto necessario formare le persone a lavorare maggiormente con la tecnologia in ogni settore. La sfida si proporrà prevalentemente nel mondo dell’istruzione dall’università ai licei e via dicendo. Il passaggio principale sarà quello di implementare una comunicazione atta a incentivare le persone a utilizzare questa tecnologia in qualunque ambito di applicazione possibile. Ovviamente, se guardiamo solo all’ambiente accademico italiano possiamo affermare che esso sia eccellente, ma quello di cui si ha realmente bisogno è il trasferimento continuativo e collaborativo delle conoscenze anche agli altri livelli della scuola per creare un unico percorso che inizi dai licei e prosegua poi nelle università. E’ sempre più necessario, infatti, che i metodi e le competenze dei corsi di laurea atterrino anche nelle scuole superiori per permettere ai professori e quindi anche ai loro alunni, già in età giovanile, di approcciare questa nuova tecnologia e le sue applicazioni che rappresentano concretamente il nostro futuro».

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